Jesce, sole!

Il presepe napoletano canta e si racconta con l’enseble Resonare fibris

Dopo il successo registrato l’anno scorso, torna ad esibirsi nella Chiesa di San Vito Martire ad Ostuni l’ensemble Resonare Fibris che proporrà lo spettacolo “Jesce, Sole” Il presepe napoletano canta e si racconta. Il Concerto-presentazione si svolgerà domani domenica 23 dicembre alle 19,30.
L’enseble è composta da Graziano Andriani (voce), Michele Saracino (Violino), Antonella Parisi (Viola da gamba), Angela Lacalamita (salterio), Edward Szost (Tiorba), Domenico Andriani (Voce narrante).
L’organico strumentale si arricchisce, quindi, di un altro elemento, il salterio, strumento antico di origine orientale, a corde tese, dalle suggestive sonorità.
Una voce narrante, raccontando aneddoti e leggende, guida lo spettatore all’interno di questo viaggio originale, e per certi versi labirintico, attraverso luoghi e personaggi che rimandano a un vero e proprio codice onirico della tradizione popolare.
Gli spettatori ascolteranno Musiche di anonimi napoletani del XVI, XVII e XVIII secolo; anonimi spagnoli del XVI secolo; Giraut de Borneil (1138-1215), Alfonso X El Sabio (1221-1284), Adrian Willaert (1490- 1562), Gian Leonardo dell’Arpa (1525-1602), Filippo Azzaiolo (XVI sec.), Athanasius Kircher (1602-1680), Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787) e altri; canti popolari profani e devozionali (di area campana) di autori ignoti e datazione incerta; danze tradizionali turche raccolte da Dimitri Cantemir (1673-1723).
Nonostante oggi sfugga ai più, il presepe napoletano è impregnato di una simbologia che ci porta indietro di millenni.
Si sa, la festa del Natale è molto più antica del Natale cristiano, essendo comune a diversi popoli il mito solare di un divino Bambino partorito in una grotta da una Madre vergine. Nel corso di due millenni il nostro Natale ha aggregato significati e rimandi, accogliendo dentro di sé un tessuto simbolico di notevole complessità storica e religiosa. Il segno più evidente di questo sincretismo è proprio il presepe.
Purtroppo oggi è diventato arduo, se non impossibile, leggere compiutamente le immagini e i simboli correlati alla tradizione più autentica del Natale, dal momento che la maggior parte di essi appare degradata a sbiadito retaggio di una cultura alla quale, nello scorrere inesorabile del tempo, si è sostituito un immaginario e un sistema di valori lontani dal Natale così come era sentito e vissuto una volta.
Il nuovo spettacolo musicale, dal titolo “Jesce, sole! Il presepe napoletano canta e si racconta”, si propone come un secondo capitolo dell’esplorazione “sonora” dell’immaginario del presepe napoletano iniziata lo scorso anno, un’ulteriore tappa di quel viaggio, fatto di parole e musica, alla ricerca del cuore più autentico della tradizione del Natale, là dove si aggregano antiche superstizioni e leggende (spesso retaggio di tradizioni pagane preesistenti al Cristianesimo) e residui di sacre rappresentazioni e processioni medievali scomparse da secoli ma sopravvissute nella coscienza del popolo. Ma in qualsiasi viaggio che si rispetti, ogni nuovo approdo non cancella quanto vissuto in precedenza, al contrario su questo si fonda per andare avanti, annodando al filo della memoria i fili delle nuove esplorazioni e delle nuove conquiste. Si intreccia così una corda ogni volta più robusta, e tuttavia sempre aperta ai nuovi acquisti e alle nuove esperienze nell’unico grande viaggio, in continuo divenire, della vita.
“Jesce, sole!” è dunque la seconda tappa di un itinerario aperto, che conserva dentro di sé la memoria dell’approdo precedente, ma si proietta nel futuro alla ricerca incessante di nuovi suoni e nuove storie, nuovi significati e nuove rivelazioni. In ciò rispecchia la natura stessa del presepe napoletano più autentico, che altro non è se non un percorso in più stadi, un viaggio misterico, ciclico e sempre aperto e modificabile, al termine del quale, «superate le angosce del buio, sarà possibile partecipare all’epifania della nuova luce che determinerà il capovolgimento della morte e il ritorno del ciclo vitale» (R. De Simone).